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ADESSO I CLANDESTINI DI LAMPEDUSA PRETENDONO CASA E LAVORO

ADESSO I CLANDESTINI DI LAMPEDUSA PRETENDONO CASA E LAVORO

Una volta sbarcati a Lampedusa i clandestini fanno quello che vogliono. Come da testimonianza del tunisino Rami, sorpreso tempo fa da un reporter mentre guidava una colonna di tunisini in fuga dall’hotspot.

«Quanto ho pagato il viaggio? Duemila e cinquecento euro. Sì-sì-sì, lo so che è illegale» e fa un’espressione che potrebbe essere tradotta con uno «sticaxxi».

«Tanto», prosegue, «il vostro governo fa solo bla-bla-bla, tante chiacchiere…». Ci aveva provato già prima, a venire in Italia, ma al Viminale c’era Salvini e l’aveva rimandato indietro. «Ora sono tornato di nuovo.

«Eravamo in molti su una barca di mezzo metro, per sei ore. Uno addosso all’altro. Ma quale distanziamento… Il coronavirus è dappertutto. Decide Dio». Ci pensa Allah. Quella di Kareem, invece, non è proprio fuga, è più voglia di qualcosa di buono. «Non mi piace la mensa nell’hotspot», si lamenta. «Troppa gente. Non è accogliente. Devi stare in fila. Tutti accalcati. Poi prendi il tuo cibo precotto e vai a mangiare dove capita. Non fa per me. Ho voglia di un dolcino. Hai presente quelli con la mandorla?».

Sneaker bianche, jeans skinny, polo con fantasia floreale, borsello. Dentro c’è il suo tesoretto: «Sì, ho un po’ di soldi con me». D’altronde lui, non si sa come, non ha dovuto pagare per la traversata: «C’era un mio amico a bordo e mi ha detto: “Vieni con me”. E sono andato. Gratis». Kareem è libico. Ed è gay. Ci tiene a sottolinearlo. Perché lì «noi Lgbt ce la passiamo male. Io sono un rifugiato. Ho pieno diritto di essere qui». E ci vuole rimanere: «Mi piace l’Italia, ma non questa qui». Si guarda intorno e fa una faccia schifata. Lampedusa non gli va. «Mi piacciono le grandi città. Andrò a Torino. Per la Juventus? Ma no! Non mi interessa il calcio…».

Ventuno anni. «Studio all’università, facoltà di giurisprudenza», racconta, «voglio diventare un avvocato per difendere tutti questi ragazzi che sono qui nell’hotspot». Poi però ammette di aver violato la quarantena uscendo dal centro di accoglienza. «Ma vabbè dai, lo fanno tutti…» e sorride. Infine manda un messaggio al premier: «Mi aspetto che il governo italiano mi dia una casa e un lavoro. Io mi impegnerò a imparare la lingua». Stare nell’hotspot non gli piace. Vuole andarsene via quanto prima: «Lì ci sono tutti quei tunisini» e fa un’altra faccia schifata. La convivenza tra diverse etnie, a Contrada Imbriacola, è un bel problema. Nel 2011 a causa delle risse continue, dovettero imbullonare le sedie: se le tiravano contro. Altri invece avevano smontato i materassi e utilizzavano le molle interne come armi. Per regolamenti di conti sommari. «Molti tunisini scappano dalle galere», spiega Angela Maraventano, ex senatrice della Lega ed ex coordinatrice lampedusana del Carroccio, «il problema non si risolve spostando i migranti, ma facendo un blocco navale».

Dopo un anno, invece, la situazione è peggiorata e gli sbarchi sono triplicati. E’ cambiato il premier ma non il ministro dell’interno. Che continua a spostare questi tunisini da Lampedusa alle città italiane, dove possono spacciare indisturbati.

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