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Con i curdi contro Stato Islamico per un ideale, l’Italia la priva dei diritti civili per due anni

Con i curdi contro Stato Islamico per un ideale, l’Italia la priva dei diritti civili per due anni

Maria Edgarda “Eddi” Marcucci ha passato quasi un anno nel Rojava, la regione curda della Siria. Ha combattuto contro lo Stato Islamico.

Al suo rientro, si è ritrovata in tribunale con altri cinque ex volontari italiani nelle forze curde, accusata di essere socialmente pericolosa.

Nel marzo scorso, è stata l’unica del gruppo ad essere condannata dal tribunale di Torino a due anni di sorveglianza speciale.

Una misura preventiva per fatti ancora non commessi, e per avere idee ritenute socialmente non accettabili.

Ora vive un perpetuo coprifuoco (non può allontanarsi da casa dopo le 21, non può uscire prima delle 7 del mattino); deve avvertire la polizia se si allontana dal capoluogo piemontese; non può avvicinarsi a nessun luogo pubblico dopo le 18. Dopo quell’ora, quindi, non può andare al supermercato o entrare in un bar.

Le sono stati sequestrati la patente e il passaporto. Non può guidare o lasciare l’Italia, dato che anche la carta d’identità non è più valida per l’espatrio. Non può partecipare né tantomeno parlare ad alcun evento pubblico.

A Marcucci, 29 anni, si applicano queste misure restrittive “per questioni di pericolosità sociale”, ovvero senza che le sia stato contestato nessun reato. Sulla base di un’ipotesi di reato futura, e per aver fatto “della lotta al sistema capitalista la [propria] ragione di vita”, come si legge nelle motivazioni della pm che ha istruito il caso, Emanuela Pedrotta.

In Siria hanno acquisito un addestramento militare. Non credono nel capitalismo. Quindi sono ‘socialmente pericolosi’.

Questa l’equazione che alla fine ha condannato Marcucci alla privazione delle libertà civili per due anni. Assolti tutti gli altri (uomini) con lei alla sbarra.

Nel provvedimento emesso, il tre magistrati scrivono che Marcucci è caratterizzata da “una costante, pervicace, mai sopita opposizione nei confronti di provvedimenti delle pubbliche autorità”, nell’ambito di un “percorso di vita costantemente orientato in tal senso, incline a violare senza remore i precetti dell’Autorità”.

Parlando con Euronews, la diretta interessata, Eddi, definisce il procedimento “una mostrousità” generata da “un’attenzione morbosa e persecutoria nei confronti del dissenso sociale”.

“Un precedente pericolosissimo in Italia”
“Si tratta di un precedente pericolosissimo in Italia”, continua Marcucci.

L’attivista del movimento Non Una di Meno e No Tav ritiene che da un lato la procura “abbia portato a casa solamente una sola delle sei richieste di sorveglianza speciale grazie all’attenzione dell’opinione pubblica”. Un fatto a suo dire positivo: “senza mobilitazione e solidarietà, ci sarebbero ben più sorvegliati speciali”.

D’altro canto, il lato negativo è che ne sia stata accordata anche una sola. La sua.

Per l’autunno, Marcucci punta a fare appello contro la sorveglianza speciale – una misura che punisce la presunta pericolosità di un soggetto e si ricollega al codice Rocco, di epoca fascista.

Tornata dalla Siria nel giugno 2018 – lì ha combattuto tra le fila curde delle Unità di protezione delle donne (Ypj) sul fronte di Afrin – Marcucci ha iniziato a girare la Penisola per raccontare dell’esperienza rivoluzionaria cominciata nel 2012 nel Kurdistan siriano.

“Associazioni culturali, università, gruppi di ricerca e studio, centri sociali, circoli Arci, conferenze, scuole…ovunque”, continua Marcucci. Un’esperienza rivoluzionaria, quella del cosiddetto confederalismo democratico curdo, in cui “l’elemento dell’autonomia delle donne è centrale”.

Maria Edgarda “Eddi” MarcucciCortesia: Maria Edgarda Marcucci

In cosa crede Eddi

Il sistema di auto-organizzazione democratica curdo si basa sui principi di municipalismo libertario, democrazia diretta, ecologismo, femminismo, multiculturalismo ed economia della condivisione (qui per approfondire)

“Quella esperienza politica ci ha dato nuovi strumenti di comprensione su come le sorti nostro popolo e di quel popolo siano intimamente legate a quelle del resto del mondo. Tornati in Italia, abbiamo raccontato come sia possibile un cambiamento così radicale, profondo ed efficace, a cui hanno aderito volontariamente cinque milioni di persone”, aggiunge Marcucci.

Quanto abbiamo imparato lì è un altro modo di vivere, un’altra possibilità anche per la società italiana

Marcucci contesta l’impianto accusatorio della procura, che non ruota “intorno alla colpevolezza o all’innocenza di una persona, ma si basa su un pronostico di comportamenti. In questo ambito, conta molto chi lo dice, e quindi basta la parola di pubblico ministero perché vengano completamente sospese le libertà civili”.

Determinante nel far pendere l’ago della bilancia verso l’applicazione delle misure restrittive, scrivono i giudici di Torino, la partecipazione di Marcucci ad una manifestazione di protesta, nel novembre 2019, alla Camera di Commercio del capoluogo piemontese.

Gli attivisti avevano fatto irruzione mentre si stava svolgendo un convegno per denunciare “uno scambio commerciale del settore aerospaziale… cui avrebbe partecipato anche la Turchia”, si legge nelle carte giudiziarie.

Un presidio pacifico, puntualizza Marcucci, in cui “con striscioni e volantini abbiamo denunciato la forniture di materiale bellico alla Turchia” dopo l’annuncio di Di Maio dello stop alla vendita di armi ad Ankara in seguito all’operazione militare nel nord della Siria.

“L’Isis è stato un nemico dell’umanità, e dopo l’invasione della Turchia nell’ottobre 2019 lo Stato Islamico sta addirittura riacquistando vigore”, conclude Marcucci. “Ci hanno tacciato di pericolosità sociale, ma il punto interrogativo è: di quale società stiamo parlando? Quella in cui vivo io non ha nessun dubbio su quale fosse la cosa giusta da fare e nutre profondo rispetto per questa rivoluzione”.

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